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Emilia-Romagna

La terra del gioco: al confine tra Stato e mafie

Nel suo libro-inchiesta "Azzardopoli" il giornalista Daniele Poto fa il punto sul mondo del gioco d'azzardo in Italia, tra criminalità organizzata, interessi politici ed economici e nuove patologie che ancora faticano ad essere riconosciute come tali. La recensione chiude il nostro speciale sul mondo dell'azzardo, pubblicato anche sul prossimo numero della rivista Fuori Area in uscita il 30 novembre

di Fabrizio Pompei


NEGLI ultimi mesi si è discusso molto sia sui giornali che in televisione del gioco d'azzardo e delle sue contraddizioni: interesse dovuto al "decreto Balduzzi", che, pur con i suoi limiti, ha avuto perlomeno il merito di far conoscere una realtà troppo spesso taciuta. Eppure, quanti in Italia considerano oggi il gioco d'azzardo un piaga sociale? Quanti credono che le ludopatie siano dipendenze del tutto equiparabili a quelle causate dalle droghe? Risponde a questi interrogativi il giornalista Daniele Poto che con il libro-inchiesta "Azzardopoli. Il Paese del gioco d'azzardo", edito da Libera, fa luce sul sistema gioco nel Paese, sui capitali che muove, sulle relazioni che lo legano alla criminalità organizzata e sulle nuove patologie strettamente legate all'azzardo.

Poto realizza un'inchiesta fatta di numeri e storie, cifre e percentuali che fanno capire subito di cosa si sta parlando: affari. Un giro di soldi, quello del gioco d'azzardo, che frutta guadagni a tutti meno che a chi insegue la fortuna. Guadagnano le agenzie di scommesse, guadagna lo Stato e guadagnano soprattutto le mafie, mentre il confine tra il territorio operativo degli uni e degli altri in molti casi si fa labile. Poto insiste su questo punto: cosa fa, ma soprattutto cosa non fa lo Stato per controllare un sistema che diventa sempre più difficile da gestire anche per via delle nuove tecnologie?

Numeri dicevamo, ma anche storie, di come i clan malavitosi riescono a controllare le scommesse sportive, le slot, i videopoker, e allo stesso tempo di come arrivano a infiltrarsi all'interno del sistema legale sfruttandolo per riciclare denaro sporco. Storie di chi di gioco si ammala, del "ludopate", o meglio, del "dipendente patologico da gioco d'azzardo", di chi cioè rinuncia ad ogni rapporto sociale, trascura famiglia, lavoro e interessi per consacrarsi interamente al gioco e alla ricerca del brivido. Una dipendenza che non ha nulla a che fare col vizio ma che va invece considerata una "nuova" malattia, che colpisce molte più persone di quante si possa immaginare.

Un libro tecnico che in poche pagine inquadra un fenomeno complesso, in salute e in continua crescita. Lo fa forse senza una vera sequenzialità tra le parti, con dati che ritornano periodicamente e allusioni che poi non trovano una prosecuzione. Ciò nonostante siamo di fronte a un'inchiesta che fa luce su un mondo oscuro, fatto di interessi ambigui, intrecci tra pubblico e privato, tra Stato e criminalità organizzata. "Azzardopoli" costituisce poi il punto di partenza di un prossimo capitolo "Azzardopoli 2.0" in uscita a dicembre: "Sarà autenticamente un nuovo libro –  racconta Poto – con un ricco capitolo di commento al decreto legge Balduzzi e con la narrazione di storie di disperazione raccolte in giro per l'Italia".

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