Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Per una società priva di leader. Intervista ad Alberto Ronchi

Come cambia il mondo della scuola in Italia e quali influenze comporterà, a livello regionale, il deciso intervento che l'attuale governo ha avviato in questo settore con il decreto Gelmini e con la Finanziaria per il 2009?

Alberto Ronchi, assessore a sport, cultura e progetto giovani della Regione Emilia Romagnadi Vittorio Martone


BOLOGNA – Come cambia il mondo della scuola in Italia e quali influenze comporterà, a livello regionale, il deciso intervento che l'attuale governo ha avviato in questo settore con il decreto Gelmini e con la Finanziaria per il 2009? Sono interrogativi che impongono riflessioni serie ed approfondite, anche per comprendere al meglio gli indirizzi della politica sul ruolo che l'attività motoria può (e deve, aggiungiamo noi) svolgere nella scuola e nella società. Ne abbiamo discusso, in un'appassionata intervista, con Alberto Ronchi, assessore a cultura, sport e progetto giovani della Regione Emilia Romagna, partendo da una riflessione preliminare sulla situazione riscontrata all'inizio di questa nuova esperienza politica.

"I tre livelli che caratterizzano il mio assessorato hanno molti punti in comune, primo fra tutti il problema culturale di questo paese nell'approccio a questi argomenti. Cultura, sport e giovani sono infatti segnalati sempre come temi importanti, ma di fatto restano estromessi da ogni seria discussione politica. Fatte salve ovviamente le dovute eccezioni, in generale si fa di loro un uso strumentale. Il problema oggettivo riguarda la loro sottovalutazione, da cui deriva poi l'alta dose di improvvisazione nella fase di sviluppo delle politiche di intervento. Impostare un cambiamento quindi risulta difficile, poiché bisogna lottare al contempo contro cattive abitudini ormai consolidate, mancanza di continuità nelle scelte di gestione e contro il vuoto politico e culturale che c'è in questo paese".

Rispetto a tali criticità, quali risultati crede di aver conseguito?
"Siamo partiti con l'idea di un percorso diverso, scegliendo di condividerlo con quei soggetti che reputiamo veramente rappresentativi delle esigenze della popolazione. Abbiamo quindi creato uno strumento che definisco un 'tavolo di regia' dello sport, invitando a parteciparvi gli enti locali, le associazioni di promozione sportiva, il Coni e il Comitato Paralimpico. Partendo da questa fase di studio, abbiamo provato ad individuare dei settori su cui valesse la pena lavorare. Abbiamo imposto che si smettesse di ragionare su nuovi e 'megagalattici' impianti, concentrandoci sulla messa a norma di quelli esistenti. E poi abbiamo deciso di concentrarci sull'attività di base, con un occhio di riguardo al mondo della scuola e a quelli che utilizzano lo sport in funzione di un vivere sano e di un'idea della vita quotidiana meno conflittuale, coinvolgendo quindi anche l'assessorato alla salute. Si è trattato di primi, timidi passi, sostanziali però per una definizione meno semplicistica dello sport e per un suo pieno riconoscimento come pezzo fondamentale del welfare".

Le leggi regionali n. 13/2000 sulle norme in materia di sport, n. 34/2002 sulla valorizzazione Attività motoria tra i bambini delle scuoledelle associazioni di promozione sociale e n. 14/2008 sulle politiche per i giovani hanno molti elementi d'interesse. Esse riconoscono la funzione sociale dello sport - in termini di tutela della salute, di sviluppo delle relazioni e di miglioramento degli stili di vita - e la connessione tra l'attività sportiva, la cultura e l'educazione. Quale percorso ha condotto alla loro emanazione?
"Voglio fare una premessa: io non sono e non nasco come uomo di sport. Ho anzi vissuto soprattutto nell'ambito della cultura ma, per lo sviluppo di buone politiche, ho sempre creduto nell'ascolto. Questo è stato il presupposto del nostro lavoro: il chiedersi e il chiedere quali fossero gli ambiti di intervento pubblico nello sport e cosa esso significhi all'interno della società. È attraverso il confronto che abbiamo compreso il suo ruolo nelle politiche del welfare ed abbiamo capito che esso è uno strumento eccezionale, forse quello per eccellenza, per lo sviluppo di un rapporto positivo con i cittadini provenienti da altri paesi. Attraverso il confronto abbiamo riflettuto anche sul fatto che lo sport ha ottimi risvolti dal punto di vista educativo e della risoluzione di molte situazioni di difficoltà che si trovano nell'area adolescenziale. Su questa base, abbiamo dato vita ad un lavoro sperimentale anche mettendo in relazione il nostro assessorato con quello alla salute, avviando una politica condivisa ed un progetto per il quale voglio ancora ringraziare il mio collega Giovanni Bissoni per la sensibilità dimostrata".

Quali ritiene possano essere le influenze del decreto Gelmini sull'organizzazione degli spazi di cultura e sport nel mondo giovanile?
"Credo che il problema di questo decreto sia principalmente quello di aggravare il quadro che abbiamo tracciato finora. La proposta di mettere in secondo piano all'interno delle scuole un elemento che dovrebbe essere fondamentale per l'educazione e per la crescita individuale dei ragazzi lo dimostra chiaramente. Abbiamo imboccato una strada di declino politico-culturale. E le importanti battaglie dei singoli, non trovando adeguato risalto sulla stampa, restano esperienze solitarie. I media stessi, infatti, usano molto lo sport come strumento di richiamo dimenticando di fare reali campagne di informazione. E questo vale anche per la cultura e per i giovani. Questi ultimi, poi, sono vittime di un paese che nega la loro soggettività e non rinuncia ad un approccio paternalistico, che non soltanto è nefasto ma è anche finto, rispetto ai loro problemi. Le politiche di questo governo vogliono proseguire su questa strada riportandoci alla dimensione degli anni '50. D'altronde sul piano simbolico il grembiulino, per quanto possa apparire come una sciocchezza, va esattamente in questa direzione".

E siamo alla disputa sul maestro unico... Solo una risposta semplicistica alla crisi economica oppure simbolo anche questo di un ritorno al passato o, peggio ancora, al pensiero unico?
"Come detto, siamo in una fase in cui i problemi o li si occulta, oppure si tenta di superarli identificandosi col passato (che vale quanto occultarli). La vecchiezza stessa di questo paese ha determinato una politica in cui domina il paternalismo e nella quale viene identificato come nemico collettivo tutto il panorama delle battaglie per i diritti civili. Il caso degli Stati Uniti d'America è un bellissimo esempio al contrario: Obama, infatti, non rappresenta altro che la vittoria dei movimenti degli anni '60 e '70 che qui noi neghiamo ricercando un becero conformismo. Io credo che ci sia davvero una forte volontà di irreggimentare e di negare la soggettività, tramutando quelli che sono dei valori in disvalori col fine di imporre un pensiero ed un modello unico. Questo, a mio avviso, è anche frutto della nostra incapacità di fare i conti con la nostra storia, da cui è derivata una sostanziale rimozione di tutto quanto accaduto nel '900, dal fascismo agli anni di piombo".

A quel medesimo paternalismo si è fatto ricorso per trattare due precisi contesti storico-politici del nostro paese. Mi riferisco alla resistenza ed al '68 ed alla vulgata buonista che ha impedito una loro analisi seria. La stessa cosa non è avvenuta con il '77. Lei che appartiene culturalmente a quella stagione, come motiverebbe questa differenza?
"Il nostro è un paese molto anomalo che, prima ancora della resistenza, non ha fatto i conti con il fascismo. La nostra grande capacità di rimuovere il passato e di non assumerci le nostre responsabilità ancora oggi ci impedisce di compiere un passaggio culturale fondamentale, che sarebbe quello di ammettere che siamo stati noi ad 'inventare' il fascismo. Questa situazione è resa ancora più problematica dal fatto che abbiamo avuto due grandi correnti di pensiero, il comunismo da una parte ed il cattolicesimo dall'altra, che hanno fortemente condizionato la nostra visione del mondo influendo parzialmente anche sui movimenti internazionali. Il pensiero comunista italiano degli anni '60 ha addirittura denigrato per molto tempo, definendoli piccolo-borghesi, i movimenti degli Stati Uniti d'America. Peccato che quelli dimostrino oggi di aver vinto e di essere riusciti a modificare logiche di pensiero antiche. Faccio un esempio con i componenti della 'Beat Generation', che negli anni '50 sono stati i primi ad aprire, anche se con un approccio un po' naïf, la riflessione sul problema ecologico. Al riguardo non possiamo permetterci di negare che in termini prospettici ci avessero visto giusto. Sono movimenti questi che qui venivano presi in giro e sminuiti, perché il nostro grande impegno era quella dell'estrema politicizzazione e della conquista del potere. I risultati, evidentemente, non ci danno ragione. Per quanto riguarda il '77 siamo invece di fronte ad un movimento difficile da decifrare per una sua componente intrinseca inedita nei movimenti del passato, ovvero la vocazione ad affrontare i problemi sociali e culturali con il filtro dell'ironia, dell'autoironia e a volte del sarcasmo. Un atteggiamento spiazzante che mi porta con tranquillità a dire che in Italia dovremmo seriamente rivalutare il fenomeno degli indiani metropolitani, mentre andrebbero contestualizzate ed anche sottoposte a una seria critica le altre forme di iper-politicizzazione, rivelatesi incapaci di capire non soltanto il futuro ma anche il presente che vivevano. Non è casuale che oggi circoli culturali molto forti nel nostro paese, come ad esempio i Wu Ming, provvedano ad una 'restaurazione' del '77 nell'ambito culturale con attacchi all'arma dell'ironia, dicendo che attraverso di essa si sia giunti al pensiero postmoderno che impedisce di definire una scala di valori. E questo rischio di eccessiva seriosità caratterizza anche molti circoli culturali di giovani, che però per fortuna continuano ad esistere. A mio avviso, il più grande esempio di quanto l'ironia possa sconvolgere il modo di approcciare certi elementi culturali l'ha dato un personaggio come John Joseph Lydon, in arte Jhonny Rotten, che dovrebbe essere riconsiderato come uno dei capisaldi della cultura del Novecento. Un genio dal punto di vista della capacità di infilarsi all'interno delle contraddizioni e di far esplodere un mondo".

I bambini del campo profughi di Shu'fatLei ha parlato di un'incapacità della sinistra di cogliere le spinte innovative della società. Ritiene che l'involuzione del principale partito del centro sinistra sia dovuta solo a questo?
"Per la verità credo che il problema fondamentale di questa situazione sia legato al linguaggio, che è quello di Berlusconi. Al di là delle eccezioni presenti, siamo di fronte a un paese in cui ha vinto una precisa cultura che porta tutti ad identificarsi nel medesimo panorama eliminando a priori la possibilità di una proposta alternativa. Questo riguarda tutta la sinistra, con problematiche differenti a seconda della consistenza della forza politica, che ha sottovaluto la potenza di un metodo che fa dell'apparire la sostanza dell'azione politica. È nostro compito dunque trovare un linguaggio diverso, che permetta di porsi in un'ottica di cambiamento. Si tratta di un percorso molto complicato, visto anche lo stretto rapporto tra politica e media, che deve condurre però allo sviluppo di un'alternativa. Per questo personalmente sono contrario all'enfasi che viene data ad un sistema semplice dal punto di vista politico, ovvero il sistema bipartitico e maggioritario, che contribuisce invece alla semplificazione ulteriore. In tutta onestà, mi sento di dire che se c'è un paese al mondo che non dovrebbe optare per nessuna ragione per il bipartitismo e la semplificazione quello è l'Italia. Che è anche la posizione di molti dei pensatori liberi che abbiamo avuto in questo paese, al pari ad esempio di Norberto Bobbio".

Mi piacerebbe avere un suo parere sui recenti casi di cronaca che vedono coinvolti degli adolescenti in atti criminosi di violenza lampante.
"Io penso che l'Italia abbia dei problemi di razzismo molto seri, cosa che neghiamo e nascondiamo dietro il mito del 'paese buono'. E credo che questo razzismo sia un diretto derivato dell'assenza di riflessione sulla nostra storia cui accennavo prima. I giovani chiaramente vivono l'influsso di quanto li circonda, come ad esempio l'incitazione di un ministro ad 'essere cattivi con i clandestini'. Siamo adesso in una fase in cui si è tolto il tappo a qualcosa che covava da tempo, si è data patente di normalità a posizioni degeneri di cui non ci si vergogna più. E mi sento di dire, con molto onestà, che sulla questione immigrazione ci hanno sguazzato entrambe le formazione politiche. Temo quindi che certi episodi possano aumentare".

Dopo questo lungo excursus, torniamo alla questione sportiva. Ritiene che le leggi regionali che abbiamo precedentemente citato possano rappresentare un modello per un pieno riconoscimento del ruolo dell'associazionismo sportivo?
"Temo che questo processo dipenda ancora troppo dalle persone che in ogni determinato momento si trovano a gestire le politiche di governo. Io provengo dal mondo dell'associazionismo, ne conosco le dinamiche e so, per esperienza, che esso rappresenta un pezzo fondamentale nella costituzione delle politiche che le istituzioni devono sviluppare. Anche perché tramite questo mondo si riesce a modulare proposte che fanno risparmiare soldi ai cittadini e che intervengono nel campo dell'occupazione, del reddito e della crescita. Gli enti locali hanno avuto il grande merito negli anni '70, intervenendo direttamente sulle politiche culturali e sportive, di comprendere appieno i vantaggi derivanti dalla collaborazione con l'associazionismo, e credo che senza il loro operato questo paese sarebbe allo sfascio. Attraverso l'apporto degli enti locali è cresciuto un sistema della cui presenza sarebbe ora che si accorgessero anche le politiche nazionali".

Nell'ottica di un'ulteriore valorizzazione dello sport, crede che siano maturi i tempi per lo sviluppo di un assessorato autonomo?
"Queste sono decisioni che non spettano a me e rispetto alle quali non avrei nulla in contrario. È evidente che queste deleghe vengono distribuite in base a degli equilibri di settore e soprattutto bisogna sempre tener conto del fatto che esse sono legate a degli stanziamenti. Posso dire senza tanti fronzoli che se lo stanziamento per lo sport è quello che devo gestire io, creare un assessorato autonomo sarebbe sbagliato".

Nel programma del presidente della Regione Vasco Errani si parlava della convocazione di una "conferenza sullo sport". Crede che questo strumento possa essere significativo per l'evoluzione del mondo sportivo regionale?
"In tutta onestà, credo che oggi non ci siano le condizioni per indirizzare la conferenza verso un risultato positivo. Questo semplicemente perché operiamo in un contesto profondamente diviso su cui, vista l'assenza di una riflessione politica ampia sullo sport, si continua a giocare secondo l'antico modello del 'divide et impera'. A differenza del mondo della cultura, il settore sportivo si è però interrogato su questo schema ed ha prodotto riflessioni e sforzi in una direzione positiva. Ma la divisione esiste ancora. Ciò nonostante, è chiaro che noi rispetteremo i nostri impegni, sperando che in quell'occasione si avrà il coraggio di affrontare con trasparenza questioni difficili molto spesso legate alla difesa dei propri finanziamenti".

E siamo al nodo dei finanziamenti pubblici. L'Emilia Romagna ha stanziato per lo sport 2,6 milioni di euro. Al di là delle ottime prassi politiche, crede ci possa essere un maggiore impegno in termini puramente economici?
"Io penso che sia necessario fare uno sforzo notevole in quella direzione ma sottolineo anche una cosa: quantità non è sinonimo di qualità. È necessario aumentare questi finanziamenti, ma non scambierei un banale aumento con il metodo che abbiamo impostato".

Siamo ormai in conclusione. Vorrei salutarla con due citazioni. La prima è di uno storico dirigente dell'Uisp, Oddone Giovannetti, il quale sosteneva: "I politici, sai, hanno sempre sottovalutato lo sport. Era così anche all'inizio dell'Uisp. Non se ne interessavano più di tanto, sembravano distaccati. Repulsione non si può dire, perché a vedere la partita ci sono sempre andati, ma sottovalutazione, questo sì. Sottovalutazione culturale".
"Sottoscrivo appieno, anche se preferisco dire 'la politica', piuttosto che 'i politici'. Ma saltando questa puntualizzazione, resta questo tema su cui lottare: lo sviluppo di un ragionamento politico sullo sport come segmento fondamentale del welfare".

L'altra citazione è del poeta argentino Jorge Luis Borges, il quale, parlando di una società ideale in cui non ci fossero personalismi in politica, affermò: "Tale Stato che non si nota è possibile. È solo questione di aspettare due o trecento anni".
"Beh, al di là della ironia con cui anche Borges parla di questo problema, credo ci sia da sottolineare a questo punto una cosa che in molti hanno dimenticato. E cioè che la politica è servizio e capacità di ascolto. Riaffermando questo, credo sia giunto il tempo di assumersi degli impegni per superare la nostra arretratezza, avendo il coraggio di dire cose scomode e difendendo dei principi. Per il resto, mi auguro anch'io di vedere un giorno una società che non abbia bisogno di leader".

Scarica i pdf delle leggi regionali dell'Emilia Romagna:

N. 13 del 25-02-2000
N. 14 del 28-07-2008
N. 34 del 09-12-2002

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