Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Dalla Sierra Leone a Ostellato: può allenarsi, ma non giocare

Nel Ferrarese il paradosso delle regole FIFA sui minori

 

Una storia che ha fatto riflettere molti ed interrogarsi cosa si può in queste situazioni. Nel merito la presidente Uisp Ferrara, Eleonora Banzi, interviene per un approfondimento in merito. “La vicenda del giovane atleta dell'Ostellatese-spiega Banzi-ci colpisce profondamente perché mette in evidenza una contraddizione che non può lasciare indifferenti quanti credono nel valore educativo e sociale dello sport. Per questo motivo, come Uisp Comitato di Ferrara, abbiamo chiesto il parere e l'interpretazione di Davide Valeri, sociologo e studioso delle discriminazioni nello sport”. La presidente Banzi, prosegue aggiungendo: “Come UISP, infatti, crediamo che il diritto allo sport debba essere garantito a tutte e a tutti. Per questo auspichiamo che le istituzioni sportive competenti possano individuare una soluzione in tempi rapidi, mettendo al centro il superiore interesse del minore. Perché quando un ragazzo è costretto ad attendere per mesi la possibilità di giocare insieme ai propri compagni, non è soltanto una pratica a rimanere sospesa: è un'opportunità educativa che viene negata. E questo dovrebbe interrogare tutti coloro che hanno a cuore il valore sociale dello sport."

Il parere del sociologo Davide Valeri

Nel merito, quindi, di questa vicenda che fa discutere e lascia perplessi, Davide Valeri, sociologo e studioso delle discriminazioni nello sport, ha voluto approfondire questo caso. 

“A Ostellato, in provincia di Ferrara, c'è un ragazzo di 14 anni che si allena. Viene dalla Sierra Leone ed è arrivato in Italia come rifugiato. Frequenta la scuola, vive nel territorio e condivide con i compagni allenamenti e spogliatoio. Quando arriva il giorno della partita, però, non può scendere in campo. Detta così sembra una storia di sport dilettantistico, una delle tante vicende che finiscono impigliate nella burocrazia. Ma le storie hanno spesso la cattiva abitudine di parlare di altro rispetto a ciò che sembrano raccontare. Questa parla di migrazioni, di inclusione, di confini. E, inevitabilmente, anche di razzismo. Non sappiamo se dietro il diniego ci sia un errore amministrativo, un problema documentale o una rigorosa applicazione dei regolamenti FIFA sui minori. Sarebbe scorretto affermare il contrario. Ma il punto non è soltanto capire perché questo ragazzo non possa giocare. Il punto è interrogarsi sul perché siano così spesso le persone migranti, rifugiate o richiedenti asilo a trovarsi intrappolate negli spazi grigi delle istituzioni. Le norme FIFA che regolano i trasferimenti internazionali dei minori sono state introdotte per contrastare lo sfruttamento dei giovani calciatori. Nascono da un'esigenza reale. Per anni il calcio globale ha alimentato circuiti di reclutamento che hanno coinvolto migliaia di adolescenti, soprattutto provenienti dall'Africa, dall'America Latina e da altre aree periferiche del sistema calcistico mondiale. In questo senso la norma è una norma di protezione. Ma le norme non vivono nel vuoto. Operano dentro società segnate da disuguaglianze storiche. E quando incontrano soggetti che occupano posizioni già vulnerabili, possono produrre effetti inattesi. Il ragazzo dell’Ostellatese non è arrivato in Italia per inseguire un contratto professionistico. È arrivato perché costretto a lasciare il proprio paese. Prima di essere un calciatore è un rifugiato. E prima ancora è un minore. Eppure la sua condizione sembra essere osservata principalmente attraverso la lente del controllo. È una dinamica che la sociologia delle migrazioni conosce bene. Le persone migranti vengono spesso collocate in un regime di verifica permanente: devono dimostrare chi sono, perché sono qui, quali documenti possiedono, se hanno diritto a partecipare. Ciò che per altri appare normale, per loro diventa una concessione da giustificare. In questo senso il razzismo contemporaneo raramente assume le forme esplicite del passato. Più spesso si manifesta attraverso procedure apparentemente neutre che finiscono per colpire in misura sproporzionata determinati gruppi sociali. Non è necessariamente l'intenzione discriminatoria a produrre la disuguaglianza. Talvolta è il funzionamento ordinario delle istituzioni. Per questo il caso di Ostellato va oltre il calcio. Lo sport viene spesso celebrato come uno strumento di inclusione. Ed effettivamente può esserlo. In una squadra si costruiscono amicizie, si apprendono codici comuni, si crea un senso di appartenenza che nessun corso di educazione civica potrebbe insegnare. Ma proprio per questo l'esclusione da una partita non è un dettaglio. Significa essere presenti senza essere pienamente inclusi. Essere dentro e fuori allo stesso tempo. C'è poi una questione che riguarda la trasparenza. Se una decisione viene presa, soprattutto quando coinvolge un minore rifugiato, quali sono le sue motivazioni? Chi le ha formulate? Attraverso quali criteri? La possibilità di conoscere le ragioni di un diniego non è una formalità. È una garanzia. Il rischio, altrimenti, è che la protezione si trasformi in esclusione e che norme nate per difendere i più vulnerabili finiscano per rafforzare la loro marginalità. A Ostellato, intanto, un ragazzo continua ad allenarsi. Corre come gli altri. Suda come gli altri. Aspetta come gli altri il giorno della partita. Con una differenza: quando arriva quel momento, lui resta a guardare. Ed è difficile immaginare un'immagine più efficace per descrivere la condizione di molti giovani migranti nell'Europa contemporanea. Formalmente inclusi, concretamente sospesi. Presenti, ma mai del tutto ammessi”.

Fonte: Ufficio stampa Uisp Ferrara

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