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Emilia-Romagna

Sport e diritti di genere: una riflessione di Manuela Claysset

La presenza di persone trans nello sport sta facendo molto discutere: da una parte la paura di avere regole non eque, dall’altra il rischio di creare nuove discriminazioni. La proposta fatta dalla FINA-Federazione internazionale di nuoto di istituire una sorta di categoria open per le persone trans rischia di essere solo un ghetto e non un vero tentativo di “inclusione” nelle gare. Certamente si tratta di scelte, di regole da modificare per parlare di pieno accesso alla pratica sportiva e alle competizioni, di diritti sanciti dalla Carta Olimpica.

L'Uisp è stata la prima associazione sportiva ad avviare, a livello nazionale, un percorso sui diritti delle persone transgender nello sport, in un confronto realizzato nel maggio del 2017 a Bologna che ha prodotto come risultato l’istituzione di un tesseramento Alias per le persone trans che vogliono svolgere attività sportiva con noi. Diverse, inoltre, sono le attività e progetti che si sono avviati sul territorio, come #GIOCHIamoMISTI! e QueerFit, in collaborazione con associazioni come Gruppo Trans e ArciGay. Il nostro impegno è allargare il diritto alla pratica sportiva e motoria per tutti, per tutte, per tutt*.

Il dibattito di queste settimane riguarda lo sport agonistico e, in particolare, la presenza nelle competizioni delle atlete trans, accusate di essere avvantaggiate fisicamente e svolgere gare non eque. La discussione parte da alcuni fatti ben precisi, in particolare la partecipazione dell’atleta trans Laurel Hubbard alle olimpiadi di Tokyo nel sollevamento pesi, e la vicenda della nuotatrice trans americana Lia Thomas che, dopo la vittoria di alcune gare di nuoto studentesche in Florida, si è vista togliere la medaglia d’oro per una decisione del governatore.

Le nuove regole del CIO per atleti e atlete transgender, stilate nel novembre 2021, eliminano ogni riferimento medicale e biometrico che possa incasellare le persone in un genere prestabilito: gli/le atlete/i dovranno essere ammessi alle competizioni nella categoria che meglio risponde alla loro identità di genere autodeterminata. In ogni caso, i criteri per stabilire eventuali sproporzioni di vantaggio competitivo potrebbero richiedere, a volte, un test sulla performance e la capacità dell'atleta

Dovranno essere le Federazioni a trovare le giuste regole di equità, per permettere competizioni senza privilegi.

Certamente la scienza e la medicina devono avere un ruolo importante per trovare le giuste risposte, ma occorre ricordare che ogni persona è diversa, unica e non necessariamente le regole sono eque per genere. Non è un discorso che riguarda esclusivamente le persone trans, nè in particolare le persone trans M/F che affrontano il lungo e faticoso percorso della transizione di genere. Ogni corpo presenta differenze fisiche e biologiche uniche: pensiamo a Serena Williams e alle caratteristiche fisiche che la rendono unica, molto diversa rispetto ad altre tenniste, o a quelle della nuotatrice Katie Ledecky.

Pensiamo, ancora, alle persone intersex che presentano caratteristiche sessuali non ascrivibili facilmente ad un genere binario, e che possono avere vantaggi nelle competizioni sportive. Atlete balzate alle cronache come Caster Semenya, mezzofondista sudafricana che ha fatto tanto discutere, assegnata al genere femminile, ma con caratteristiche ormonali considerate “maschili”, con un livello di testosterone più alto della media delle persone assegnate F alla nascita. Oltre a lei ci sono stati in passato altri casi, come quello  della velocista Dutee Chand o dello sciatore Erik Schinegger e tanti/e altri/e.

Occorrono nuove regole e soprattutto diritti di equità per le atlete e atleti. Se parliamo di diritti occorre che tutte le persone che competono nello sport abbiano pari diritti, tutele, compensi. Le disuguaglianze sono tante e le donne sono ancora fortemente discriminate. Proprio in questi giorni è entrata in vigore la norma sul riconoscimento del professionismo per il calcio femminile di serie A, un passaggio storico che riguarda una piccola parte dello sport femminile, lasciando però tutto il resto ancora nel dilettantismo e in attesa di maggiori tutele.

Occorre garantire questa equità, prima di tutto. Diritti e tutele in caso di infortunio, malattie, previdenza, un vero e proprio lavoro. I decreti di riforma dello sport che entreranno in vigore dal gennaio 2023 porteranno novità importanti: occorre accompagnare il mondo sportivo per sostenere queste scelte dal punto di vista economico e non lasciare tutto il peso sulle associazioni e società sportive.

Per avere eguali condizioni di partenza nelle competizioni, occorre iniziare a ragionare in modo non binario, non solo per genere ma per caratteristiche fisiche, biomeccaniche, dei corpi delle persone. Certamente non tutte le discipline sono uguali ma regole nuove possono e devono essere sperimentate, se gli obiettivi sono equità e partecipazione. (Manuela Claysset, responsabile Politiche di genere e diritti Uisp nazionale)

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