Settore di Attività Nazionale

Discipline Orientali

La pratica del Taiji Quan

E’ sempre più frequente vedere, anche all’interno di parchi pubblici, persone che praticano una sorta di ginnastica lieve, dando l’impressione di danzare o nuotare nell’aria.
In realtà si tratta di un’antichissima pratica corporea energetica e mentale d’origine orientale: il taiji quan.
Difficile da definire e confinare entro ambiti circoscritti, il taiji quan, pur rientrando nelle arti marziali cinesi, ha le sue applicazioni in svariati campi: dalla ricerca del benessere alla coltivazione del sé, alla capacità di relazionarsi con se stessi e gli altri, alla difesa personale.
Chi assiste ad una seduta d’allenamento avrà sicuramente modo di notare le innumerevoli ripetizioni di gesti e movimenti che nel taiji quan diventano sensazioni ed efficacia. Man mano che si progredisce nella pratica, le percezioni si acuiscono ed il movimento stesso diventa più esigente.
Solamente una ripetizione paziente e costante conferisce qualità ad un gesto e movimento specifico ed esso si allontana quanto più uno vi si avvicina: allentare le tensioni, sbloccare le articolazioni, stabilizzare le posizioni, regolare il respiro.
L’abilità tecnica si affina e fa apparire facili i compiti più difficili: sviluppare la forza senza contrarre i muscoli, tirare e spingere contemporaneamente, connettere la parte alta del corpo e la testa mentre si allunga verso l’alto con i piedi che affondano nel terreno.
La consapevolezza della percezione e del gesto aiuta a salire sulla vetta del taiji quan. E la prospettiva cambia ogni volta che si pensa di padroneggiare l’arte, essa si trasforma in ricerca nuova e complessa.
L’attenzione posta nel praticare il taiji quan si espande alla vita quotidiana.
Il corpo sviluppa la capacità di ricercare il benessere autonomamente sfuggendo le rigidità muscolari e le posizioni scomode, dimostrando spesso come piccoli accorgimenti possono creare effetti importanti, ulteriori ragioni che consolidano la determinazione a progredire.
Il fluire della forma nel taiji quan diventa il fluire della nostra vita. L’allenamento a progredire superando difficoltà ed ostacoli spinge a non fermarsi davanti alle sfide della vita, a superarle, ampliando la sensibilità verso il nostro corpo e, più in profondità, all’ascolto della parte più intima di noi stessi.
Una delle qualità più difficoltose da sviluppare nella pratica del taiji quan non è né la memorizzazione dei movimenti né la loro ripetizione, bensì ciò che apparentemente può sembrare facile: la lentezza.
Eppure comprendere e praticare la lentezza permette il pieno riconoscimento e ascolto del valore di ogni aspetto dell’azione: inizio, durata e fine.
La lentezza favorisce il rilassamento e la concentrazione sulle posizioni da assumere, regola un respiro addominale pacato che segue con naturalezza l’alternarsi dei movimenti del corpo, derivandone una grande precisione dei gesti.
Inoltre il movimento lento permette uno sviluppo della fisicità molto più accurato e soprattutto non traumatico.
Ma non bisogna cadere nell’errore di valutare il Taiji quan soffermandosi su questa caratteristica: la lentezza non è lo scopo della pratica ma imprescindibile al raggiungimento di determinati obiettivi, fra i quali l’allineamento di corpo mente ed energia che una pratica veloce non potrebbe controllare.

Barbara Tassara e Marcello Vernengo

VIDEO DI PRESENTAZIONE DISCIPLINE ORIENTALI UISP

 

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