Comitato Territoriale

Cagliari

Come e perchè Vivicittà ruppe gli steccati tradizionali

Le radici di Vivicittà nell'Uisp e il ruolo cerniera tra sport popolare e per tutti: la ricostruzione dello storico dello sport Sergio Giuntini.

 

La storia del podismo amatoriale in Italia, uno dei maggiori fenomeni sportivi di massa del secolo scorso, è una storia che affonda le sue radici negli anni ’70 e che ha per protagonista antesignana l’Unione Italiana Sport Popolare (Uisp). Nel veicolarlo secondo dei principi salutistici e ricreativi corretti e non consumistici, come talvolta sarebbe avvenuto in seguito, fu proprio l’Uisp che riprese alcune esperienze avviate nell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Si allude alla vasta campagna di sensibilizzazione avviata col suo “Corri per la salute”, che nel marzo 1972, a Chianciano Terme, tenne il suo primo convegno nazionale.

Un documento redatto allora dal Centro Studi dell’Uisp ne chiariva le finalità: “Il “Corri per la salute” vuole essere un’alternativa e una denuncia. Una denuncia della situazione per cui la carenza di movimento si ripercuote in maniera gravissima sulla salute dei cittadini, una denuncia della mancanza di spazi vitali nelle nostre città […], di impianti sportivi popolari. Un’alternativa alla concezione selettiva dello sport e alla mentalità campionistica, all’uso alienante del tempo libero e all’individualismo cui portano le strutture dell’attuale società”. Partito da Roma e propagatosi ad altre città italiane, il movimento del “Corri per la salute” sfociò rapidamente in una sua prosecuzione quasi naturale: il “Corri per il verde”. Nato anch’esso a Roma, nel 1972, da un’idea del presidente provinciale dell’Uisp Giuliano Prasca, il “Corri per il verde” declinava il suo ecologismo ante litteram in battaglie contro le speculazioni edilizie, l’abusivismo, organizzando le proprie manifestazioni podistiche laddove più necessaria era la difesa dell’ambiente e il suo recupero pubblico.

Questa preistoria del podismo amatoriale ebbe un suo altro spartiacque nel 1973, l’anno della gravissima crisi energetica internazionale. L’aumento del costo del petrolio funse da detonatore, spingendo molto decine di migliaia d’italiani, nei fine settimana a piedi senza benzina ed automobili, a scoprire la corsa su strada a passo libero. Fu nel contesto di questa congiuntura che nacquero, pressoché in tutte le grandi città italiane, delle grandi corse podistiche non competitive cui presero a partecipare decine di migliaia di cittadini. La cosa in sé presentava degli aspetti estremamente positivi, contribuendo a trasformare l’Italia da Paese di “sportivi seduti” davanti alla televisione in sportivi attivi, ma conteneva anche qualche contraddizione. Tra queste una certa tendenza massificante che, su “la Repubblica” del 20 aprile 1989, a proposito della classica “Stramilano”, sottolineava ad esempio con sottile sarcasmo Giorgio Bocca: “Nella stagione dell’operaismo e della contestazione il popolo amava le bandiere rosse e le falci e i martelli, ora sembra appagato dal poter correre nei sacri recinti urbani mostrando le trippe e i glutei fuoriuscenti dai calzoncini serici e multicolori visti indossati in TV da Carl Lewis […] Al popolo oggi piace partire e arrivare in calzoncini multicolori da Piazza del Duomo, il quale dovette costare moltissimo in marmi e in loro trasporti fluviali, ma fu un ottimo investimento, visto che nei secoli continua a dare a tutti l’illusione di essere davvero milanesi”.

Seppur connotato da una certa snobistica sufficienza, l’intervento di Bocca coglieva però nel segno laddove evidenziava la deriva consumistica in cui quel podismo stava progressivamente scadendo. Il correre in città, nei parchi, attrezzandosi con un abbigliamento e calzature sempre più sofisticate e costose, rigorosamente di marca, diveniva un imperativo, uno stile di vita quasi obbligato, alla moda: ovvero esprimeva l’esatto contrario delle linee “francescane” con cui si era dato vita al “Corri per la salute” e al “Corri per il verde”. Un modello che, naturalmente, aveva le sue origini nella dimensione nord-americana del physical fitness e che ebbe nel filosofo Jean Baudrillard uno dei suoi più acuti critici: “Il jogger, il body builder: ovunque la stessa immacolata solitudine, ovunque la stessa rifrazione narcisistica […] Il miraggio è ovunque grandissimo. [Il corpo] è il solo oggetto sul quale concentrarsi, nella continua ossessione della decadenza e della cattiva prestazione”.

E’ in questo contesto, che, nuovamente dall’Uisp e in particolare dal suo segretario generale (prima di divenirne presidente) Gianmario Missaglia, venne proposta un’altra idea di podismo “per tutti”. Ci si riferisce al “Vivicittà” che in questi giorni taglia un traguardo di notevole longevità compiendo i suoi primi quarant’anni. Missaglia col “Vivicittà”, in quel lontano 1984, colse l’esigenza dell’Uisp – sono sue parole – di “creare grandi eventi sportivi culturalmente complessi, capaci di comunicare socialmente il nuovo profilo dell’organizzazione, di coinvolgere cittadini e opinione pubblica, di connettere l’Uisp con il moderno sistema dei media e con nuove aree sociali”. E al fine di tenere insieme tutto ciò, legandosi a uno sponsor coraggioso, l’”Ellesse” di Perugia, individuò nel podismo, pratica semplice, naturale e popolare che ormai interessava grandi fasce di praticanti, il vettore ideale. Per molti versi il “Vivicittà” rappresentava un aggiornamento del “Corri per la salute” e “Per il verde” aderendo alle profonde trasformazioni che stavano investendo il fenomeno sportivo, e la sua ricetta consisteva nell’unire, alla partenza, atleti di valore, amatori o puri appassionati, legando lo sport di livello con quello di massa, la competizione - ognuno secondo le proprie capacità e differenze anagrafiche e di genere - con la tecnologia.

In questo modo lo “sport per tutti”, di cui iniziavano a essere gettati i primi semi, si proiettava all’esterno, rompeva gli steccati tradizionali in cui era di casa. Si calava nelle strade delle città, parlando a tutti, facendo riscoprire i centri storici, chiedendo una maggiore vivibilità delle realtà urbane, una loro dimensione più umana. Coniugava ambientalismo, solidarietà (numerose volte, nella sua lunga storia, il “Vivicittà” si correrà in luoghi martoriati dalle guerre, toccherà le periferie povere e più disagiate, entrerà nelle carceri ecc.) e moderna informatica. La sua cifra, quest’ultima, maggiormente futuribile computando a distanza i cosiddetti tempi compensati. Ovvero stabilendo una classifica finale di tutte le città coinvolte (20 nella prima edizione) che teneva conto dei dislivelli altimetrici e delle diverse variabili esistenti tra percorso e percorso. Una concezione autenticamente democratica della tecnologia, volta a porre tutti, non solo sulla carta, sullo stesso piede di parità. Tant’è a vincere in quel “Vivicittà” numero 1 disputato, sulla mezza maratona, il 1° aprile 1984, furono in campo maschile il sovietico Wladimir Kotov (in gara a Roma) col tempo di 1h. 04’07” (compensato in 1h. 01’07), davanti al connazionale Yefimov (Roma) 1h. 04’20” (compensato 1h. 01”10”) e a Salvatore Antibo (Palermo) 1h. 03’39” (1h. 02’57”). E tra le donne la russa Palina Grigoryenko (Roma) 1h. 18’14” (compensato 1h. 15’06”) su Silvana Cucchietti (Torino) 1h. 18’25” (compensato 1h. 15’20”) e Maria Grazia Navacchia in Savasta (Torino) 1h. 19’24” (compensato 1h. 15’59”). Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma il “Vivicittà” resta un appuntamento unico nel panorama del podismo italiano e internazionale. Un “filo rosso” che lega Unione Italiana Sport Popolare e Unione Italiana Sport per tutti, testimoniandone la vitalità e il radicamento sul territorio. (Sergio Giuntini)

 

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