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Roma

La doppia identità delle seconde generazioni

Per la XVII Settimana d’azione contro il razzismo, 21-27 marzo, pubblichiamo un articolo del sociologo Davide Valeri.

 

Il filo spinato è un simbolo universale di separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, tra chi ha diritto al movimento e chi no. Stabilisce una distanza tra i corpi e quindi tra persone. Ben rappresenta l’identità divisa tra dentro e fuori delle ragazze e dei ragazzi di origine straniera in Italia. L’identità è un qualcosa di fluido e dinamico che ci appare solido solo quando è visto dall’esterno. Tendiamo a considerare la nostra identità come un qualcosa di coerente in grado di sfuggire alle etichette che gli altri ci impongono, dall’altra parte, descriviamo le identità altrui come rigide e fisse sulla base delle etichette che noi stessi abbiamo generato.  Questo meccanismo è definito categorizzazione e ha lo scopo di ridurre la complessità dell’ambiente.

Invece che elaborare ogni singolo stimolo come unico e irripetibile, gli esseri umani possono inserirlo all’interno di classi più ampie, sulla base di quello che viene definito principio di somiglianza. Ne consegue una divisione in categorie attraverso le quali formulare delle tipizzazioni, utilizzate per decifrare messaggi e decidere come agire in tempi rapidi ed entro schemi familiari e rassicuranti. E’ da questo processo che insorge il pregiudizio, inteso come complesso di atteggiamenti negativi o positivi che derivano da una valutazione preliminare non sostenuta da fatti o informazioni corrette. Tale procedimento di semplificazione della realtà, che è per natura complessa, si rafforza quando si entra in contatto con persone di origine diversa dalla nostra.  Non è importante se questa diversità sia evidente o meno, nel momento in cui ci si confronta con la diversità entra in funzione il meccanismo di semplificazione che rende più difficile il dialogo.

Si presenta quindi un contrasto tra quelle che l’antropologo francese Christian Blomberger ha definito identità sostanziale e identità performativa. La prima è quella che gli altri stabiliscono per noi, è prodotta dall’esterno sulla base di tratti arbitrariamente definiti come distintivi. La seconda è l’identità prodotta dai soggetti interessati, è come vogliamo presentarci all’esterno. Quest’ultima è quindi influenzata dall’identità sostanziale e si forma anche attraverso il mimetismo sociale. Un meccanismo attraverso il quale i soggetti altri mettono in atto delle strategie per farsi passare come “normali”, annullare o rendere meno evidente la loro condizione di alterità e farsi accettare dalla maggioranza. Tale fenomeno sembra tuttora necessario in presenza di una legge sulla cittadinanza italiana anacronisticamente basata sullo ius sanguinis. E’ italiano chi ha almeno un genitore con la cittadinanza italiana e non chi nasce in Italia. Infatti, chi nasce in Italia da entrambi i genitori stranieri ha la stessa cittadinanza dei genitori fino al raggiungimento della maggiore età. E’ straniero anche se nasce, cresce e studia in Italia.

Oggi i ragazzi nati in Italia da entrambi i genitori stranieri (definiti anche come “seconde generazioni”) sono oltre mezzo milione e se prendiamo in considerazione anche chi è arrivato da piccolo ed è cresciuto qui il numero sale a quasi un milione di persone. A questi andrebbero aggiunti i ragazzi nati da un genitore straniero e un genitore italiano, che, sebbene nati con la cittadinanza italiana, sono portatori di una diversità spesso percepita dagli altri come alterità stigmatizzabile. Tra le possibili soluzioni al contrasto tra identità sostanziale e identità performativa c’è quella di estendere la definizione stessa di identità. Per molte persone ancora oggi l’identità italiana è rappresentata esclusivamente da chi è: bianco, cattolico, ama la pizza, la pasta e il calcio. Questa definizione di identità italiana è falsa, limitante e pericolosa. Per superare il filo spinato mentale che ci vuole divisi, per forza diversi e separati è necessario aprire nuove vie e cercare di includere piuttosto che escludere. (di Davide Valeri)

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